21 novembre 2015
CATEGORIA: Cinema

#TorinoFilmFestival: Cemetery of Splendour di Apichatpong Weerasethakul

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Arte Rivista – Torino

Dopo Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti (2010), vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes, il regista thailandese Apichatpong Weerasethakul ritorna al lungometraggio con Cemetery of Splendour, presentato all’ultima edizione del Festival di Cannes per la sezione Un Certain Regard ed ora in anteprima italiana al Torino Film Festival (dal 20 al 28 Novembre).

L’opera di Weerasethakul ci trascina fin dalle prime immagini in una ex-scuola di Khon Kaen, riallestita come ospedale adibito alle cure di quaranta soldati affetti da una misteriosa malattia che li costringe ad un sonno perenne dal quale solo pochi, e per poche ore, riescono a destarsi. Ad accudire gli uomini infermiere e volontarie, tra cui Keng, una medium, e la protagonista Jen, che avvicinandosi a Itt lo accudirà nel sonno e nella veglia, accompagnandolo in escursioni esterne durante i suoi brevi periodi di veglia.

A colpire lo spettatore sono la visionarietà e il surrealismo che notoriamente contrassegnano Weerasethakul, regista, ma ancor prima, videoartista; il quale con il supporto della curata fotografia affidata a Diego Garcia e al fluido montaggio di Lee Chatametikool, ci propone suggestioni visive in un flusso continuo di immagini dominate da lunghe sequenze, forse a tratti ostiche per gli iniziandi al suo stile filmico.

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In questa narrazione anticonvenzionale e non lineare, quanto più articolata su più topoi, il regista thailandese prosegue la sua poetica affezionata ai temi del tempo, dello spazio e del corpo.

Un malessere globale attanaglia la natura e l’uomo e ne è espressione la malattia, nella sua forma fisica con la figura di Jen affetta da dismetria, così come quella mentale e spirituale nella figura dei soldati (tra l’altro personaggi ricorrenti nella filmografia del videomaker) condannati in un limbo tra sonno e veglia. Ed è un crollo dei confini che avviene anche su un piano temporale e spaziale con la sovrapposizione, tramite montaggio analogico o dissolvenze, di spazi onirici ed evanescenti (la stanza dell’ospedale in cui colonne di luci neon si ergono sui pazienti dominando lo schermo) e spazi reali e tangibili (il cinema, con un breve ammiccamento alla natura fittizia del medium per certi versi riconducibile a costruzioni oniriche).

Ritorna dunque l’attenzione alla spiritualità e alle radici storiche e culturali dei popoli locali, così come viene ripreso con Cemetery of Splendour un discorso di matrice politica, ora più carico che mai dopo il crollo, nel maggio 2014, del governo thailandese con immediata sospensione della costituzione, con un investimento personale del regista stesso e la decisione di realizzare le riprese nella propria città natia (il titolo stesso del lungometraggio in origine era Love in Khon Kaen).

Ma l’ultima opera di Apichatpong Weerasethakul ci congeda con un barlume di speranza in un finale ottimistico in cui, spettatrice di donne e uomini che si esercitano sulle note pop di Love is a Song di DJ Soulscape, Jen sbarra gli occhi per una presa di coscienza, per non essere come i soldati, per opporsi alla malattia.

Articolo scritto da:
Alex Zambernardi

Alex Zambernardi

Nato a Magenta nel lontano 1991, nel 2015, conclusa una triennale nell'ambito della comunicazione, sopraffatto dalla passione cinefila intraprende la laurea magistrale in Cinema e Media presso l’Università degli Studi di Torino. Su Arte Rivista si occuperà di raccontare il meraviglioso mondo della settima arte.
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