22 gennaio 2016
CATEGORIA: Cinema

The Pills – Sempre meglio che lavorare, una non recensione

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Arte Rivista – Milano

«Una vita con la sveglia alle sette e mezza è una vita che non vale la pena di essere vissuta»

Ore 19.30, Cinema Odeon

Una sala quasi del tutto prenotata online già dal primo pomeriggio, una sala piena di spettatori dei The Pills, non c’è nessun altro modo per definirli, tutta gente che avrebbe preso il primo treno per Roma Sud per assistere alla proiezione di questa pellicola. Si vedono anche gli accompagnatori, mosche bianche che non sanno a cosa andranno incontro.

Si spengono le luci ed inizia la magia, col terrore che questo The Pills – Sempre meglio che lavorare, ci faccia cadere nel tranello del maxi puntatone della webserie. Quindi con l’ansia tipica del fan alla prima data del tour promozionale del nuovo lavoro del loro artista indie preferito, la sala si ammutolisce davanti al fondo nero e la voce  inconfondibile di Luca (Vecchi).


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Così passa quella canonica ora e mezza da lungometraggio, tra le mille battute e le decine di citazioni, tra Kebab nel cuore della notte, la ricerca di una giovinezza ormai perduta, generazioni che si mischiano e Betani.

Tirato un sospiro di sollievo per aver scampato al pericolo della maxi-puntata, con tutta la lucidità in corpo. Non parleremo della recitazione dei protagonisti, che poco si discosta dalle loro prove nel web, non parleremo di come Luigi (Di Capua), Matteo (Corradini) e Luca abbiano elevato quei personaggi già apprezzati, portandoli a vivere ognuna un suo percorso di crescita all’interno del film e non parleremo neanche di come il regista alla sua prima prova sul grande schermo abbia svolto il suo compito in maniera pulita con trovate (fortunatamente) davvero interessanti.

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Insomma il film preso in esame, visto in un’ottica realmente cinematografica, prende a piene mani la coppa sufficienza, magari anche qualcosina in più, ma considerando che davanti al nome del film è stato posto quel “The Pills” come avvertenza allo spettatore che si troverà davanti una storia ben inserita in un universo più grande fatto di Roma Sud, nullafacenza e idee da sognare ma non realizzare.

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Diventa inevitabile non consigliarlo ad amici e parenti, rammaricandosi solo della bassissima diffusione nelle sale italiane della pellicola, e se ve lo steste ancora chiedendo, sì, le mosche bianche “ignoranti” hanno riso per tutto il tempo del lungometraggio.

Articolo scritto da:
Primo Vanadia

Primo Vanadia

Nato a Palermo, formatosi a Milano. Artista fotografo reduce da una Biennale, altro da dire? Fonda ArteRivista nel 2014.
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