20 febbraio 2017

KEITH HARING. ABOUT ART a Milano

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Arte Rivista – Milano

Haring nasce nel vicino 1958 in  Pennsylvania e scompare nel 1990. La bellezza di ospitare mostre di artisti così celebri e al contempo così contemporanei è la possibilità di avere contatti con persone ancora in vita che hanno condiviso reali momenti creativi dell’artista, tutta un’altra storia rispetto alle biografie da Wikipedia. Ed è questo il caso di Julia Gruen, executive director della Keith Haring Foundation, che tra lacrime di commozione ci racconta del momento in cui Keith le chiese di diventare direttrice della sua fondazione, quando ormai egli era cosciente che l’Aids aveva tracciato il suo triste destino.

Nonostante l’iconografia di Haring abbia avuto molto successo sin dall’inizio, essa è stata spesso piegata ad usi più decorativi che artistici, per giungere quasi ad essere svalutata. L’omino di Keith è inconfondibile, è popolare ed è facilmente fruibile ed imitabile, forse troppo; e anche se la capacità tecnica e il tratto sono elementari, gli accostamenti cromatici sono piacevoli e ben scelti, risultano però quasi più interessanti la ricerca artistica e la breve, sebbene esplosiva vita di Keith, piuttosto che il risultato finale dell’opera.

L’esposizione curata da Gianni Mercurio al Palazzo Reale dal 20 Febbraio 2017 propone circa 110 opere, alcune inedite, organizzate in sale tematiche.

Umanesimo. La figura dell’uomo, considerato nella sua individualità è centrale nell’opera di Keith, piccoli omini senza espressione né sesso popolano tele viniliche enormi, così che chiunque possa interpretare ciò che preferisce, questa è inoltre anche la ragione dell’assenza di titoli nella gran parte delle opere.

Archetipi, miti e icone. Qui un ben riuscito confronto con il passato mostra l’ispirazione di Keith verso il simbolo antico: la Lupa Capitolina è posta al centro della sala, madre autoritaria, un’austerità che contrasta con la modernità del resto delle pareti. Presente anche uno tra i pochi quadri intitolati “Walking in the rain”, 1989, rappresentante forse un’arpia, personaggio della mitologia classica, ma con un tratto e uno stile diversi rispetto al tradizionale Keith.

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Haring a causa della sua malattia si occupò molto dell’opera di carità a favore dei malati di Aids, in queste sale troviamo un trittico di bronzo e oro bianco “Altarpiece” del 1990, pala realizzata per la prima Aids memorial chapel.

Immaginario fantastico. Figure mostruose e tinte accese circondano in questa sala la celebre scultura di legno senza titolo del 1984 rappresentante la spigolosa figura di un cane azzurro.

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Etnografismo. Haring era curioso e interessato a tutte le culture diverse dalla propria; in questa sezione opere di ispirazione africana, danze tribali e ispirazioni da civiltà precolombiane.

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Moderno e post moderno. “Unfinished painting” del 1988, dipinto dalle tinte violacee costruito solo sull’angolo in alto a sinistra della tela, simbolo dell’intera mostra e del principio haringhiano di dipinto non finito o senza fine. Due importanti confronti animano la sala: la “Femme nue” di Picasso e “Square composition with horse” di Pollock.

Nelle ultime sale troviamo le sezioni Cartoonism e Performance.

 

Milano, Palazzo Reale

Dal 21 febbraio al 18 giugno 2017

Articolo scritto da:
Vanessa Martinoli

Vanessa Martinoli

Con la passione per il colore dal 1994, tra Varese e Milano trova l'habitat ideale dove coltivare la scrittura e la passione per l'arte in ogni sua forma. Laureanda in Lettere moderne non smette di credere in un futuro professionale costellato di vernissage e carta stampata.
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