7 settembre 2015
CATEGORIA: Arte Italiana

Chi è: Angelo Dozio

2015-09-06 12.18.16

La Brianza, apparentemente, non ha mai avuto particolari inclinazioni verso l’arte, è sempre stata una terra dominata da una mentalità molto pratica, poco incline al culto dell’estetica o alle speculazioni filosofiche.

Il 14 luglio del 1941 a Merate, in questo contesto, nasce Angelo Dozio da una famiglia brianzola: il padre lavora nei campi e saltuariamente fa anche il muratore, ma in casa trova già anche un fratello e una sorella, la madre e lo zio Francesco, che fa il calzolaio ma vive con loro.
Sin dalle scuole elementari manifesta interesse nei paesaggi e nella natura, gli piace proprio disegnare e la Brianza gli assicura una fonte d’ispirazione.
Dopo le scuole elementari e medie, sente il bisogno di proseguire gli studi, ma a sedici anni, a causa della morte del padre, deve occuparsi dei bisogni della famiglia. Deve accantonare momentaneamente la pittura, perché in quel momento viene vista come un’attività inutile, perciò inizia a lavorare come fornaio e come barista, ma dopo qualche mese la passione per la pittura ritorna: si ritrova a dipingere la notte, quando non lavora, dormendo pochissime ore.
Si iscrive a Merate a una scuola d’arte locale, ma sin da subito si rivela essere una scelta non azzeccata, perché gli insegnanti locali sono molto legati al figurativo accademico, cosa da lui non gradita.
Dopo molti sacrifici, riesce finalmente a frequentare un corso d’arte che lo soddisfa appieno, ovvero la Scuola degli Artefici, anche se è serale ed è Brera.
Angelo sin dal primo anno si fa notare: partecipa ad un concorso internazionale di pittura, a cui avevano partecipato undicimila studenti d’arte di tutto il mondo, riuscendo a vincere il quarto premio. I professori dell’Accademia rimangono molto colpiti da questa matricola che ha superato già molti studenti alla fine del loro percorso di formazione.
Prima di iscriversi alla Scola degli Artefici, il giovane brianzolo già frequenta nel tempo libero le gallerie e gli ambienti di Brera, dove conosce vari artisti tra cui Bonalumi, Castellani e Manzoni, artisti che lo aiutano benevolmente ed espandere i suoi orizzonti verso una nuova visione dell’arte. Superato la sua timidezza, essendo di dieci anni più giovane, riesce fare gruppo, imparando molto ed in fretta, fino ad arrivare a contaminarsi a vicenda.
In quegli anni Angelo Dozio è ancora legato a una base di figurativo, come tutti in quegli anni, ma negli anni sessanta potrà liberarsene più facilmente, anche se non verrà compreso da tutti nel suo ambiente troppo tradizionale.
Gli inizi non sono facili: non ha soldi per i colori ed usa gessi colorati per lavagne su supporti cartacei o di cartone di recupero, non può permettersi l’uso del fissativo. I soggetti sono i paesaggi di Imbersago e dell’Adda, frequentati anche da Ennio Morlotti.
Altra importante influenza fu quella di Donato Frisia, pittore nativo di Merate morto nel 1953, anni in cui il giovane Angelo sentiva crescere in sé la passione per l’arte. Diventa amico dell’omonimo nipote del maestro, con cui dipinge spesso nel tempo libero.
Presso il Centro Arti Figurative di Lecco espone per la prima volta in una colletiva nel giugno del 1959, dove l’avvocato Giuseppe Mattoni acquista una delle sue due tele esposte. Presto ne da notizia “Il Giornale di Merate”, dove viene sottolineata la «Schiettezza e la felicità d’istinto» della sua pennellata. Sono momenti di estrema gioia per il giovane artista.
Continua a partecipare a mostre collettive o personali, ma la sua vera vocazione e la sua formazione si realizzano nella solitudine, nella volontà pura di affermarsi, nella crescita stilistica costante. La sua autonoma evoluzione, non influenzata dalle mode, ha due punti fissi: l’insoddisfazione e la ricerca mai fine a se stessa.
Tra i primi lavori spiccano opere come Vizzago di Merate (1960), Fornace (1960), I contadini (1961), dove si nota un’esecuzione accurata e si privilegia la tematica locale, anche se ancora non vi è traccia di una personalità originale completamente formata.
Da qui in poi però inizia un lento processo di dissociazione dall’impianto figurativo che porterà all’astratto, passando però per una fase di ricostituzione simbolico-formale, già apprezzabile nel dipinto Venezia del 1960, dove le gondole, gli alberi, gli specchi d’acqua, il campanile e il caffè Florian con i tavolini e una tazza danno vita a un gioco di rimandi a scacchiera di forme circoscritte e colorate.
Altre tracce d’astrazione le si possono ritrovare in Neve in Brianza (1960), dove lo sfilacciarsi delle forme del paesaggio collinare è dissociato in brandelli orizzontali. Degno di nota è anche Brianza invernale (1961), che mostra una condensazione di musicalità cromatico-formale, il primo vero quadro astratto dell’autore appena ventenne.
La completa liberazione dai sembianti però non è un processo semplice, così si viene a creare una fase a metà strada tra l’astrazione e la realtà, attestata da dipinti come Il mulino (1961), L’albero con la siepe (1965), La siepe (1965) e La neve (1965), che presentano delle pennellate che cancellano lo spazzio, lo fanno intravedere e allo stesso tempo lo fanno sia smaterializzare, sia rendere più dinamico.
Un altro elemento che Dozio esamina in questo periodo è il canneto, caratterizzato dal pullulare di elementi verticali, che richiamo il bosco, la parte oscura dell’anima e quindi l’indeterminato: questo interesse lo porterà prima verso l’Assoluto geometrico e poi verso quello organico.
Vi sono una serie di dipinti, tutti compresi tra il 1964 e il1966, dove si nota un’iterazione quasi ossessiva di elementi verticali con molti colori: la tecnica è quella della coloritura o della veloce pennellata strisciante ricca di colore.
Grande influenza su Angelo Dozio ha avuto sicuramente Rothko, con quei grandi spazi dove il colore è tutto e niente, dove vi sono passaggi tra definito e indefinito, con atmosfere condensate di luce e colore, che esprimevano il suono del silenzio, del nulla. Da questo interesse nascono dipinti chiamati Compressioni (1965), dove il colore fresco viene impresso sulla tela dipinta, così che il risultato è simile a una nebuloso o una galassia cromatica dal carattere gassoso.
Vi sono poi anche dipinti dove viene espressa una poetica incentrata sulla spazialità del caos, dipinti basati su atmosfere notturne e su suggestioni di verdi di stampo naturalistico, sebbene astratte. Queste opere sono denominate Riflessi (1966) e Giardino della mente (1966-1967).
Nei dipinti sopracitati si nota la presenza di sottilissimi reticoli a maglia che sono graffiati sul colore, segni di base del linguaggio grafico, che noi sappiamo solo oggi essere presenti fin dal primo reperto “artistico” dell’uomo (un ciottolo di settemila anni fa ritrovato nella caverna di Blombos in Sud Africa).
Perché Dozio ricorre a questi segni? Per determinare una spazialità e una tattilità nelle superfici, giustificava inoltre l’immagine simile a una gabbia con l’idea che la natura non è libera, ma costretta.
Queste gabbie, queste inferriate sono presenze di pulsioni oscure, segni primitivi che appariranno nella fase dei quadri astratti dei Labirinti. Questa forte pulsione, che va verso una spazialità condizionata dalla linea orizzontale in un universo luminoso, la si può constatare nei quadri astratti intitolati Orizzonti e in quelli chiamati Poesie. L’interazione ossessiva di elementi verticali a molti colori, già riscontrata in Canneti, la si ritrova trasformata e controllata dipinti come La musica o Le linee verticali.
Nella seconda metà degli anni Sessanta quindi Dozio potrebbe continuare a seguire l’informale, anche nella corrente dell’astrattismo informale lombardo, invece un suo dipinto intitolato Il suono rivela il passaggio verso qualcosa di inconsueto: l’astrattismo geometrico. In primo piano in questo quadro si vedono una chitarra ed una mascherina, mentre sullo sfondo si giustappongono delle forme geometriche dai colori vivaci. Questo quadro indica una svolta verso il geometrismo spaziale, verso la musica e il suono tramite il puro colore.

Nasce così lo stile di Angelo Dozio, di un autore autodefinitosi semplicemente «Uno che tira le linee».

di Alessio Scalzo

Articolo scritto da:
Alessio Scalzo

Alessio Scalzo

Cresciuto ad Agrigento, milanese dal 2009. Laureando in Lettere Moderne, esperto di editoria, dal 2015 attraverso Arte Rivista muove i suoi primi sicuri passi nel mondo dell'arte.
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